Intercettazione del pensiero di una interprete nominata d’ufficio

07 Nov Intercettazione del pensiero di una interprete nominata d’ufficio

di Michela Candi, socia TradinFo

Michela Candi è interprete e traduttrice e docente di lingue per aziende e privati.
Nel 2014 ottiene una laurea specialistica in interpretazione nella Scuola di Interpreti e Traduttori di Forlì con una tesi sul rapporto magistrato-interprete su uno studio in collaborazione dell’ANM Emilia-Romagna. Da diversi anni effettua traduzioni asseverate al Tribunale di Bologna e dal 2015 è tutor universitario per il Corso di Formazione Permanente in “Assistenza Linguistica per l’Ambito Giudiziario” dell’Università di Bologna.

 

La scorsa settimana si è conclusa una collaborazione durata diversi mesi con il nucleo di Bologna della Guardia di Finanza, dopo più di 90 ore di ascolto, traduzione e trascrizione di intercettazioni.
Questa esperienza mi ha fatto imparare molto e (ri)scoprire aspetti del nostro lavoro su cui non avevo mai riflettuto così tanto come in questi mesi: né durante i miei studi, né nel corso della mia esperienza da libera professionista. Si tratta però di una realtà senza dubbio infelice per noi interpreti e traduttori, dove troppo spesso le paghe orarie ammontano a metà – a volte anche a meno – di quello che prende una donna delle pulizie. “Perché lo hai fatto, allora?” mi sento chiedere. “Tu che hai passato anni e anni sui libri e ti sei spaccata la schiena per ottenere una laurea specialistica in interpretazione. Tu che hai fatto investire ai tuoi genitori migliaia di euro in formazione per assicurarti un futuro dignitoso, grazie a quel pezzo di carta. Perché?”.
Con questo intervento mi propongo di analizzare gli aspetti più interessanti e formativi di questa esperienza e di rispondere a quest’ultimo quesito con franchezza.

Quando ho accettato l’incarico, ho considerato questa occasione come una sfida. La letteratura di settore è carente al riguardo e, pur avendo sentito altri professionisti parlare di questo lavoro, spesso le nozioni che si apprendono in questi incontri fanno fatica a distaccarsi dalla pura teoria, complice anche la riservatezza delle informazioni trattate. Ero certa che mi sarei trovata davanti a questioni linguistiche e dubbi etici, deontologici e professionali per me nuovi, essendo avvezza ad altri contesti lavorativi. Le mie aspettative non sono state deluse.

La trascrizione della traduzione: un paradosso

Questo lavoro mi ha offerto la possibilità di accostarmi alla professione considerando alcune variabili e questioni terminologiche che in altre situazioni risulterebbero trascurabili o di facile soluzione.
In questa realtà, infatti, il linguista si trova davanti ad un ossimoro, a un dilemma, a una missione quasi impossibile: la “trascrizione” della traduzione di quanto proferito. Deve quindi andare a “trascrivere” un testo che di per sé non esiste, perché l’atto stesso della traduzione implica la creazione di un testo nuovo che non sarà mai del tutto corrispondente a quello originale. Nel nostro caso, alla telefonata intercettata.

In questo contesto più che mai, ritorna l’immagine del traduttore-traditore e del detto francese traduire, c’est trahir – tradurre è tradire – che popola la letteratura di settore e tanto amato dalla teoria della nostra professione. Questo tradimento testuale avviene a causa della sintassi, della costruzione della frase, dei regionalismi, dell’accento del parlante e di tutti quegli elementi che inevitabilmente variano – anche di molto – da una lingua all’altra. D’altro canto, in un contesto quale quello delle intercettazioni, in cui la fedeltà alla parola proferita (e non solo al significato generale del discorso!) è essenziale e imprescindibile, non può essere concesso molto spazio alla creatività tipica – e, in molti casi, essenziale – del processo di traduzione di un testo o dell’interpretazione di un discorso.

Come se non bastasse, in una realtà globalizzata in cui anche gli illeciti e le organizzazioni criminali non conoscono frontiere, le cose si complicano ancora di più: quando gli interlocutori di una telefonata decidono di parlare in una lingua franca (nel mio caso, l’inglese), della quale hanno una conoscenza spesso di base o intermedia, sorgono nuovi dilemmi. L’interprete-traduttore si trova di fronte ad ostacoli linguistici di vario genere: dagli errori grammaticali più comuni all’uso di costruzioni sintattiche tipiche della lingua madre del parlante (che nella lingua franca in questione possono essere travisabili o ambigue); da lapsus o inesattezze nella pronuncia di numeri e nomi di persona stranieri all’uso di calchi o falsi amici (che nella lingua franca potrebbero anche essere termini esistenti, ma con significati completamente diversi) e via dicendo. Se prendiamo tutti questi elementi e li andiamo a “trascrivere” in traduzione, come richiesto, ciò che ne verrà fuori non sarà altro che un testo sgrammaticato e, in alcuni tratti, forse poco comprensibile per il lettore. Questo, a mio avviso, è il grande paradosso cui il linguista è posto dinanzi, al momento della traduzione delle intercettazioni.

Di fronte ad alcuni punti particolarmente spinosi, non ho potuto fare a meno di chiedere consiglio a chi lavora ogni giorno alla trascrizione di intercettazioni. Per mia enorme fortuna, i finanzieri con cui ho avuto il piacere di lavorare sono stati sempre molto cordiali, aperti al dialogo e al confronto: hanno ascoltato con pazienza i miei dubbi, dispensato suggerimenti preziosi; si sono addirittura appassionati ad alcuni dilemmi linguistici che mi si sono presentati dinanzi. Ciò ha reso possibile uno scambio di conoscenze molto interessante. Credo che da questa esperienza ne siamo usciti tutti arricchiti: sia io che loro.

La questione economica

Una risposta a chi dentro di sé sta commentando: “Certo, tutto molto bello. Hai imparato molto, ma hai svalutato il tuo lavoro! Avresti guadagnato di più a pulire le scale di un condominio, in quei giorni in cui sei andata in saletta intercettazioni”. Di certo l’affitto, le bollette e tutto il resto non si pagano con le buone intenzioni o con la famigerata visibilità promessa fin troppe volte da datori di cosiddetto lavoro. Se la conclusione delle trascrizioni fosse stata richiesta nell’immediato, non permettendomi di conciliare questo incarico coi miei altri impegni di lavoro (come invece ho potuto felicemente fare), non avrei mai accettato. Inoltre, non considererò mai ammissibile né dignitosa la liquidazione prevista dal D.L. 201 del 2011. Chiamare “onorario” quello che corrisponde a poco più di 4,00 € lordi l’ora mi sembra una presa in giro (e qui si aprirebbe fin troppo facilmente una parentesi eterna sul perché non ci sono professionisti che si possano definire tali disposti a collaborare con la Magistratura – fatta qualche eccezione di “buoni samaritani”. Ma non sono qui per scrivere di questo).

Considero, però, di non avere per nulla buttato via il mio tempo. Innanzitutto, per le ragioni esposte fin qui: questa mia esperienza è stata senza dubbio molto formativa. Ha inoltre rinnovato in me un certo senso civico forse ormai smarrito, a causa della disillusione che purtroppo provo nei confronti del nostro Stato. Troppo spesso, infatti, noi professionisti con partita IVA siamo considerati come contribuenti di serie “B” a cui non sono riconosciuti gli stessi diritti dei dipendenti. Lavoro da molti meno anni di professionisti affermati (e lungi da me considerarmi tale!) e forse sono ancora vittima dell’entusiasmo che i miei trent’anni mi offrono ogni giorno. Tuttavia, penso che un professionista che ama davvero il proprio lavoro sia disposto ad accettare compromessi. Dedicare il proprio tempo anche ad un lavoro che consideri stimolante e socialmente giusto, seppur pagato male, in fin dei conti ti arricchirà. C’è chi si dedica ad attività di volontariato per sentirsi utile e aiutare il prossimo; ecco: io considero di aver dato un po’ del mio contributo alla società svolgendo questo lavoro.

Detto questo, rimane gravissimo il fatto che un lavoro così delicato e che prevede una responsabilità legale non da poco sia ancora così bistrattato dallo Stato italiano: dal tuo lavoro può dipendere, infatti, l’esito di un procedimento. E tra l’altro, pur essendo stata recepita la Direttiva Europea 64/2010 sul diritto all’interpretazione e alla traduzione nei procedimenti penali, non è ancora stata applicata.

Una speranza per il futuro

Le battaglie intraprese delle associazioni di traduttori e interpreti – purtroppo ancora vane – devono andare avanti e mi auguro che presto la situazione subirà una svolta.
Alcuni primi passi sono stati intrapresi in ambito formativo: il corso dell’Università di Bologna nato ormai 4 anni fa – volto in particolare modo alla formazione di assistenti linguistici in ambito legale per le lingue “rare” e “minoritarie”, che non si trovano nei programmi formativi tradizionali del nostro Paese – sta dando i primi frutti.
Se dalla parte delle istituzioni ci fosse la volontà di dialogare davvero con le associazioni e con chi si occupa di formazione, ci sarebbero tutti i presupposti per dirigerci insieme verso un futuro più dignitoso. La giustizia potrebbe contare su persone qualificate e ben pagate per i servizi linguistici e gli imputati e testimoni alloglotti potrebbero essere certi che quanto hanno proferito sia stato tradotto da una mano competente, senza essere travisato.

 

 

[Photo credits Federico Borella]

1Commento
  • Ana Maria Perez Fernandez
    Postato alle 15:50h, 10 novembre Rispondi

    Brava Michela.
    Pochi confessano di essersi “svenduti”, posso dirlo? La scelta era difficile… lavoro spinoso… compenso molto basso… ma comunque brava! perché si tratta anche di un urlo di allarme.

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