L’adattamento musicale, racconto di una sfida riuscita: “Il caso Spamalot”

L’adattamento musicale: quando la sfida è riuscita

17 Gen L’adattamento musicale, racconto di una sfida riuscita: “Il caso Spamalot”

a cura di Annamaria Baldan

 

Lo scorso novembre TradInFo ha organizzato per i propri soci una sessione di approfondimento sull’adattamento musicale – un tema di cui non si parla molto tra gli specialisti della traduzione ma che riveste sicuramente un grande interesse.
Il focus principale della formazione era un genere molto amato e che riscuote sempre più successo nel nostro paese: la commedia musicale.

 

Il caso Spamalot, i cavalieri della tavola molto, molto rotonda

 

Il caso ha voluto che proprio a novembre fosse previsto il debutto sulla scena teatrale italiana del musical Spamalot, i cavalieri della tavola molto, molto rotonda. Lo spettacolo originale di Broadway, firmato nel 2004 da Eric Idle, si ispira al film cult “Monty Python e il Sacro Graal” dell’omonimo gruppo comico inglese. La versione italiana è stata affidata a Rocco Tanica, che di mestiere non fa il traduttore ma il musicista. Lo stesso Tanica ha dichiarato che quella dell’adattamento è stata per lui una sfida che talvolta l’ha privato del sonno: Rocco Tanica, creatività al barbiturico.

Al corso TradInFo abbiamo imparato che i due grandi poli entro cui bisogna sapersi muovere quando si adatta un testo musicale sono la fedeltà e la rielaborazione, analizzando anche le limitazioni imposte al traduttore da struttura e contenuto:

 

Principali vincoli dell'adattamento musicale

 

Questi elementi fanno capolino anche sulla scena del musical ambientato a Camelot, citiamo su tutti:

  • metrica, ossia l’eterna lotta con i monosillabi dell’inglese;
  • scelta delle parole, come rendere la comicità tutta britannica dei Monty Python;
  • riferimenti culturali, cosa mantenere e cosa modificare per far sì che certe battute funzionino anche di fronte al pubblico italiano.

Soluzioni adottate

 

Nel suo ruolo di traduttore-adattatore, Tanica ha dovuto fare alcune scelte non certo facili, viste soprattutto le caratteristiche della comicità degli ideatori dello spettacolo la cui essenza si gioca su battute irriverenti, nonsense, paradossi e numerosi riferimenti e giochi di parole made in UK. Meritano quindi una menzione speciale le ottime soluzioni adottate che contribuiscono all’effetto comico di tutto lo spettacolo.

1. Ricorso a localismi:

Atto I – Giunti in una situazione di impasse, i due personaggi in scena si chiedono come agire, parlando in dialetto. A Milano la battuta era: “Se fem sifulum” (gioco di parole “che facciamo fischiamo”), sul palco ligure invece non poteva mancare l’imprecazione “belin”. Ora Re Artù sta reclutando uomini valorosi per la sua Tavola Rotondissima e si imbatte in Dennis, un contadino che rivendica i diritti del popolo dei lavoratori, nella versione italiana parla con accento emiliano.

Atto II – Il Re dei Britanni e i suoi cavalieri vengono messi alla prova da personaggi strampalati che si presentano con un nome demenziale, che in un secondo tempo diventa uno scioglilingua impronunciabile (dal film: Ekki-Ekki-Ekki-Ekki-PTANG. Zoom-Boing. Z’ nourrwringmm) le cui uniche parole riconoscibili nella nostra lingua sono le ultime due, attinte dalla gastronomia nazionale e locale (Cynar e Trofie al Pesto nelle repliche andate in scena a Genova).

2. Fedeltà all’originale

Atto I – Durante il viaggio, i paladini di Camelot tentano di entrare in un castello alla cui guardia vi sono quattro soldati francesi. La storica rivalità tra le due sponde della Manica si esprime a forza di stereotipi: i francesi dall’alto della loro ‘grandeur’ sbeffeggiano i britannici che – seppur intrepidi – escogitano piani demenziali per avere la meglio sul castello: comicità di stampo inglese che funziona anche nel Bel Paese. 

Atto II – Artù, messo ancora alla prova, si lascia andare allo sconforto. Il suo fedele servitore canta allora una canzone che lo invita a guardare sempre al lato positivo della vita ma lo fa mantenendo il ritornello in inglese, trattandosi di un’auto citazione ripresa da un altro famoso film dei Monty Python. Niente panico per i non anglofoni, perché la spalla del Re anticipa la traduzione italiana delle parole poco prima di iniziare il pezzo cantato, mentre in una scena precedente si era già improvvisato traduttore, addirittura facendo il simultaneista. A questo punto la nuova impresa da affrontare impone un esplicito riferimento ad un gruppo etnoreligioso: gli ebrei. Impossibile rinunciare alla citazione che dà vita a un siparietto di vero e proprio meta-teatro: è bastato aggiungere ai grandi nomi americani come Woody Allen o Scarlett Johansson l’italianissimo Padoa-Schioppa!

3. Metrica improbabile che diventa comica:

Finale – Forse a questo punto le idee erano esaurite o forse è stata una scelta voluta, fatto sta che in un verso della travolgente canzone finale del musical, il cantante si lancia in un’assurda frase “sallo (sic) amare”, suscitando in scena la reazione perplessa del compagno che ripete con tono interrogativo: “sallo?”. Risolto con disinvoltura un ricorrente problema quando si traduce dall’inglese, tirato in ballo anche nell’intervista a Rocco Tanica che cita “l’ostacolo delle maledette parole tronche”.

Strategie vincenti: cosa ne pensi?

 

Ecco dunque le strategie vincenti per riuscire nell’impresa dell’adattamento musicale, che impone di sapersi giostrare tra aderenza all’originale e rimodellamento del testo finale. Nel caso di Spamalot il risultato è semplice ma così geniale.

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