Per una buona causa: traduzione, interpretazione e volontariato

Per una buona causa: traduzione, interpretazione e volontariato

25 Mag Per una buona causa: traduzione, interpretazione e volontariato

a cura di Elisabetta Zoni

Posti di fronte a sfide e problemi sociali che toccano la nostra comunità locale, il nostro paese o addirittura la sfera globale, spesso dimentichiamo che c’è una cosa che tutti possiamo fare subito: il volontariato, ossia mettere le competenze professionali che già possediamo a disposizione di iniziative, o di associazioni, che sono attive nel contrasto a quei problemi che ci stanno più a cuore. In qualità di interpreti, traduttori e, più in generale, di professionisti del linguaggio, il nostro contributo può trovare una collocazione ideale in tutti quei progetti, internazionali o interculturali, che comportano appunto la comunicazione fra aree geografiche, popoli e culture diverse.

Questo mese raccontiamo le esperienze e le opinioni di tre socie TradInFo che hanno già alle spalle importanti esperienze di volontariato e attivismo: Laura Gervasi, Anna Zecchini e Damaris Stroe

Iniziamo con un racconto della vostra esperienza: come ci siete arrivate e quali attività avete svolto?

Laura Gervasi: «Ho collaborato in più occasioni come interprete volontaria con le sezioni italiane di due ONG internazionali: Friends of the Earth e, soprattutto, Amnesty International. Ho iniziato un po’ per caso subito dopo la laurea nel 2009. Come tutti, avevo bisogno di fare esperienza e una mia ex docente mi segnalò ad Amnesty International italiana per un evento di sensibilizzazione sul disastro in Bhopal, in India, che prevedeva la partecipazione di una delegazione indiana di medici e rappresentanti delle vittime. Fu una bellissima esperienza. Da allora, ho continuato a prestare lo stesso servizio tutte le volte che sono riuscita a conciliarlo con il lavoro, sempre troppo poco rispetto a quanto vorrei, purtroppo. Alcune delle occasioni che ricordo con più piacere includono una conferenza stampa di Friends of the Earth a Roma sulla pratica del gas flaring in Nigeria, un evento in occasione della marcia del Gay Pride a Bologna con Amnesty International e tre campi, sempre di Amnesty, su immigrazione, conflitto siriano e lotta al bullismo».

Anna Zecchini: «Quando studiavo alla SSLMIT a Trieste, una mia amica e compagna di corso mi parlò dei Social Forum e della rete BABELS, traduttori e interpreti volontari provenienti da tutta Europa, ma anche impegnati a proporre le loro competenze nell’ambito dei Forum Sociali Europei e Mondiali. Mi sono subito iscritta alla rete e, nel 2004, sono partita assieme ad altri amici interpreti a Londra per l’ESF 2004, poi nel 2006 ad Atene e in seguito a Malmö e a Firenze 10+10. Per me erano occasioni preziose sia per esercitarmi come interprete, sia, soprattutto, per contribuire al dialogo tra associazioni e cittadini di lingue diverse su tematiche di attualità – immigrazione, ambiente, beni comuni, pace nel mondo, alternative economiche e sociali – perché un “altro mondo è possibile”, come recita il motto dei social forum. In seguito, attraverso il mio impegno associativo con l’ARCI nazionale, sono stata coinvolta nell’organizzazione del Festival diffuso delle Culture Mediterranee Sabir, prima come interprete a Lampedusa nel 2014 e poi anche come coordinatrice degli interpreti a Pozzallo 2016, Siracusa 2017 e Palermo 2018. Un festival significativo, denso di contenuti culturali, politici, attuali e delicati, a cui contribuiamo favorendone la comunicazione e lo scambio di informazioni ed esperienze durante le conferenze».

Damaris Stroe: «Nel 2012 a Bologna ho conosciuto, tramite amici statunitensi in comune, quella che sarebbe diventata una carissima amica: Ruth Ziesmer Brucato. All’epoca aveva da poco fondato, a Bologna, un’associazione anti-tratta di nome “Vite Trasformate”, dopo aver visto per strada ragazze, anche giovanissime, schiave della criminalità organizzata del traffico di esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione. Alcuni mesi dopo, Ruth mi chiese se fossi interessata a tradurre dei testi informativi dall’italiano al romeno – la mia lingua madre – per le ragazze provenienti dalla Romania e dalla Moldavia, che incontrava nei suoi interventi notturni con l’associazione. Si cercava di capire come aiutarle, si dava loro ascolto e si raccoglievano informazioni per avere una traccia di quelle vite sommerse in un mondo di orrori e continui pericoli».

Pensate che questo lavoro abbia contribuito alla vostra crescita come professioniste e come persone? Se sì, in che modo?

LG: «Assolutamente sì. Credo che qui il punto di vista professionale e quello personale si intreccino profondamente. Nella nostra professione è fondamentale avere non solo una buona cultura generale, ma anche una certa conoscenza dell’attualità e delle questioni internazionali e sociali. In questo senso, le esperienze che ho fatto mi hanno permesso di approfondire tematiche importanti, che non sempre ricevono un’adeguata attenzione mediatica. Mi ha anche consentito di acquisire la terminologia specifica e di imparare a gestire l’attività di interpretariato in situazioni di stress emotivo: un problema che si presenta inevitabilmente quando di fronte a condizioni spesso drammatiche, come quelle citate sopra, l’interprete non può che sentire empatia nei confronti delle parti coinvolte, fino ad arrivare a immedesimarsi. Dal punto di vista più prettamente personale, poi, ho conosciuto e stretto amicizie con persone meravigliose, generose e tenaci e partecipato a esperienze forti, come il campo Amnesty sull’immigrazione a Lampedusa nel 2012. In quella occasione, oltre alle vesti dell’interprete ho indossato quelle dell’attivista, partecipando a tutte le attività, anche quelle che non prevedevano la traduzione e vivendo una settimana quanto mai intensa con gli attivisti arrivati da tutto il mondo, fino a prendere parte al Flash Mob organizzato per ricordare le tantissime vittime morte in mare negli ultimi anni».

AZ: «Credo di sì, all’inizio mi ha aiutato a crescere come studente e futura interprete acquisendo esperienza in cabina nell’ambito dei Social Forum grazie alla rete BABELS: il mio obiettivo era superare gli esami di interpretazione a scuola interpreti e progredire una volta laureata. Ho deciso però di andare oltre il mero esercizio per una scelta da cittadina attiva, un impegno sociale, perché sono convinta della necessità di un ruolo forte della società civile e dell’importanza della cittadinanza attiva. Nell’epoca in cui viviamo, non possiamo limitarci a coltivare ognuno il proprio orticello, estraniati dal mondo che ci circonda. È importante riuscire a contribuire a migliorare la società, a partire dalle piccole cose. Le competenze linguistiche e professionali acquisite, il tempo dedicato, sono strumenti importanti per favorire il dialogo tra realtà diverse. E questo fa crescere anche a livello personale. Certo, l’equilibrio tra volontariato e associazionismo e il dedicare abbastanza tempo alla propria attività professionale è spesso difficile da trovare, almeno per me, ma ti apre gli occhi sul mondo e sugli altri. A condizione che tu abbia una certa propensione all’altruismo, sennò il volontariato non fa per te!».

DS: «All’epoca non ero una traduttrice. Scrivevo testi soprattutto in italiano, ma era solo un passatempo. Mi colpì sapere che persone la cui vita era in pericolo potevano ricevere aiuto grazie a una “semplice” traduzione. Tutto il lavoro di chi metteva a repentaglio la propria vita, avvicinando le vittime di tratta nelle notti buie delle strade anche periferiche e isolate di Bologna, rischiava di diventare inutile a causa delle barriere linguistiche. Per la prima volta sperimentavo che tutto il tempo trascorso a studiare la lingua italiana mirando alla perfezione era servito non solo a me, ma anche ad altri. Dopo aver eseguito alcune traduzioni ho chiesto a Ruth, che scriveva i testi in italiano, di scriverli in inglese, dato che lei è americana. Avevo capito che tradurre dalla lingua originale avrebbe migliorato la qualità e la fedeltà del lavoro di traduzione».

In quanto professioniste del linguaggio, quali sono le vostre idee a proposito della responsabilità civica e sociale? 

LG: «Credo che per dare il proprio contributo civico e sociale non occorra fare cose straordinarie: basta mettere le proprie competenze, le stesse che si utilizzano a fini professionali e di lucro, a disposizione di cause comuni, ognuno seguendo i propri ambiti di interesse e le proprie abilità/attitudini. Se tutti riuscissero a farlo, anche sporadicamente, si innescherebbe sicuramente un circolo virtuoso. Il lavoro di interprete è impegnativo e non sempre lascia molto tempo libero per svolgere attività di volontariato in maniera più assidua, o per acquisire nuove competenze finalizzate a questo scopo. Tuttavia, almeno per quanto mi riguarda, mettere le competenze che so di avere già al servizio di cause che ritengo giuste è il modo che ho trovato per dare il mio piccolo contributo».

AZ: «Come dicevo, impegnarsi come interprete e/o traduttore volontario in determinati contesti non si limita al mero esercizio, o al voler sfruttare opportunità di viaggio alla scoperta di nuovi posti e realtà. Per me fare l’interprete in certi contesti significa essere responsabili a livello civico e sociale, essere un cittadino attivo, altruista. Si tratta di essere anche responsabile come professionista che mette a disposizione il proprio tempo per una giusta causa. L’etica professionale che ci hanno insegnato e che applichiamo ogni giorno non deve venir meno nel volontariato, anzi: lo scopo della tua prestazione è aiutare gli altri, sapere di cosa stai parlando, informarti, essere un cittadino attivo e responsabile per far sì che altre persone possano capirsi, definire azioni comuni, far sì che un altro mondo sia davvero possibile. Lo fai se ci credi e se credi nelle tematiche affrontate, sociali, politiche, è una scelta responsabile. Purtroppo non è sempre così: ho conosciuto persone che preferivano sfruttare un’occasione di viaggio prendendo l’impegno interpretativo sottogamba e il risultato è stato talvolta imbarazzante. In tal caso viene meno l’impegno civico e sociale, e per me anche il senso di responsabilità, i principi e gli obiettivi del proprio ruolo da linguista esperto in comunicazione».

DS: «Il progresso di una società non è solo quello scientifico e tecnico, ma passa dalla consapevolezza e dal riconoscimento sociale dei diritti fondamentali delle persone da parte delle istituzioni. Le barriere linguistiche sono temporaneamente invalidanti per l’essere umano, in quanto limitano la sua esistenza a quei pochi servizi, lavori, informazioni, eventi, rapporti sociali, a cui il livello linguistico del momento permette di avere accesso. La società ha il dovere di garantire la possibilità di accesso ai propri servizi a tutti e di facilitare la comunicazione in genere. Nelle situazioni in cui ciò avviene è molto difficile per un professionista del settore dare il proprio contributo a causa dei compensi molto bassi, più simili a un rimborso spese che a un compenso vero e proprio. Tra il professionista e l’ente che stanzia le prestazioni linguistiche intercorrono come minimo quattro passaggi tra varie istituzioni e cooperative, il che aumenta la burocrazia e disperde il denaro pubblico. Io presto attività per lo più di interpretariato per varie istituzioni nelle lingue romeno, inglese o moldavo ogni volta che posso e non nascondo che mi piacerebbe poter contribuire di più ma per ora, date le difficoltà elencate sopra, sono costretta a considerare questo tipo di prestazioni come volontariato».

 

Grazie alle socie Laura, Anna e Damaris per aver voluto testimoniare e condividere con il blog di TradInFo il loro impegno come traduttrici e interpreti “attiviste”.
E ora come sempre la parola a voi che leggete! Parlateci delle vostre esperienze e fateci sapere che ne pensate delle attività di volontariato. Potete scrivere un commento in questo post o sui profili social di TradInFo su Facebook e Twitter e se pensate che questo articolo sia stato utile o possa essere oggetto di un dibattito, ricordate di condividerlo sui social network.

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