Relatori futurAbili: Elisabetta Zoni e la traduzione editoriale

15 Ott Relatori futurAbili: Elisabetta Zoni e la traduzione editoriale

Elisabetta Zoni

Elisabetta Zoni

Elisabetta Zoni, traduttrice editoriale che da oltre 15 anni lavora con passione e grande soddisfazione, interverrà al convegno organizzato da TradInFo nelle giornate del 24 e 25 ottobre, in cui ci parlerà di come si vive con le parole degli altri. Qualche settimana ci aveva dato un interessante contributo proprio sulla traduzione editoriale.

Elisabetta, come nasce la tua passione per la traduzione editoriale?Ricordo ancora il momento preciso in cui mi sono resa conto che questa poteva essere la mia strada: è stato al quarto anno di liceo linguistico, quando la docente di lingua e letteratura tedesca assegnò, come esercizio, la traduzione di una poesia di Goethe. La gratificazione che ne trassi fu tale che l’esercizio divenne ben presto un passatempo e, da lì, un progetto per il proseguimento degli studi. Credo che sulla mia vocazione abbiano influito diversi fattori: non solo la predisposizione per le lingue e l’amore per la cultura umanistica, ma soprattutto l’abitudine all’interpretazione che veniva da anni di studio del pianoforte. In seguito durante l’università si è aggiunta un’altra motivazione, che è diventata fondamentale: la consapevolezza dell’utilità, vorrei dire dell’indispensabilità, del lavoro del traduttore. Devozione all’opera e spirito di servizio, dunque: la traduzione editoriale è, nel migliore dei casi, un servizio d’amore che dà gioia e per questo può dare dipendenza.

Ponendo che l’abilità del traduttore influisca sul successo o sul fallimento di un’opera editoriale, come gestisci questo aspetto così importante del tuo lavoro?
Senza dubbio è uno dei fattori anche se non sempre chi traduce ha un controllo totale sul testo finale: vi sono altre figure professionali, come editor, curatori o responsabili editoriali, che intervengono sul suo lavoro.
Io punto molto sulla precisione nell’interpretare il dettato del testo e sull’accuratezza e versatilità stilistica, quindi sul modulare lo stile secondo il tipo di testo e le esigenze dell’autore e/o di chi cura la pubblicazione. Inoltre, faccio appello al detective che è in me, cioè alla capacità di riconoscere e risolvere i problemi recuperando le informazioni pertinenti e collegandole fra loro. Infine, cerco di affinare l’abilità performativa o attoriale: studiare la voce (o le voci) attraverso cui l’autore parla, per poterne comprendere la forma mentis e ricrearne la parola nella lingua d’arrivo. Ascolto sempre con attenzione le indicazioni provenienti da chi dirige o cura il progetto editoriale e, soprattutto, cerco di sviluppare un buon rapporto di lavoro con l’autore, il curatore dell’edizione e l’editor, nei casi in cui mi è possibile stabilire un contatto diretto.

Finora emerge l’interessante profilo di una professionista che combina passione e istinto a precisione e accuratezza. Pensando alla tua esperienza, cosa rifaresti e cosa invece eviteresti?
Innanzitutto seguirei lo stesso percorso di studi, o uno simile: laurea magistrale e, se possibile, dottorato di ricerca o altro corso di formazione post lauream. Concentrarmi su lingua e linguistica e, soprattutto, sulla pratica della traduzione e sulla simulazione di situazioni lavorative, mi ha consentito di lavorare con una certa sicurezza fin dai primi incarichi.
Un’altra cosa che rifarei è iscrivermi a un’associazione di categoria, per tenermi aggiornata, fare rete, condividere esperienze con i colleghi minimizzando così i rischi legati al lavoro autonomo e, non ultimo, poter contare su consulenza e sostegno in caso di problemi.
Eviterei invece, come mi è successo per circa un anno, di lavorare part-time in un settore che non mi appartiene, essenzialmente per motivi economici. Avrei potuto impiegare quel tempo per iniziative editoriali personali o lavori su commissione, magari meno redditizi ma più vicini ai miei interessi culturali. Inoltre non rifarei alcuni lavori non retribuiti (traduzione, ma anche scrittura o editing di testi e ricerca), esclusi quelli legati ad attività di volontariato o a progetti personali che mi stavano a cuore.

Se parlassimo di futurAbilità, che consiglio daresti ad un collega che voglia scoprire nuove vie di porsi sul mercato?
Il primo è un consiglio che do anche a me stessa e che dovrei seguire più spesso: in generale, assorbire quanta più conoscenza possibile in ambito informatico, non solo uso di software ma anche programmazione. È un sapere alla portata di tutti che è, e sarà, sempre più richiesto e necessario. In particolare, mi propongo di integrare per quanto possibile, nella mia pratica, strumenti di traduzione assistita e di essere più attiva sul web e su piattaforme di networking professionale.
Il secondo consiglio è invece analogico e deriva da uno sguardo retrospettivo sulla mia attività: nessun social network potrà sostituire la frequentazione reale dei luoghi in cui si produce la cultura. Per me, come traduttrice editoriale appassionata di arte e musica, è stato a un tempo naturale ed essenziale frequentare festival, concerti, conferenze, lezioni universitarie, mostre in musei e gallerie. In questo modo, ho stabilito i contatti che mi hanno consentito di lavorare in quei contesti, con passione e soddisfazione.

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