Traduttori e interpreti… dall’altra parte della cattedra

Traduttori e interpreti… dall'altra parte della cattedra

17 Mag Traduttori e interpreti… dall’altra parte della cattedra

Questo mese TradInFo entra nelle aule universitarie. Molti interpreti e traduttori affiancano alla loro attività la docenza, impartendo lezioni di lingua straniera in contesti aziendali, per la scuola pubblica o altre istituzioni educative, a privati. Una parte di noi, poi, si dedica alla docenza universitaria. In questo caso, le materie oggetto dell’insegnamento coincidono con l’oggetto della nostra attività professionale: corsi di traduzione e interpretariato nelle stesse facoltà in cui ci siamo formati.

Anche TradInFo può vantare fra i suoi soci alcuni docenti universitari. Ne abbiamo intervistati tre per capire come questa seconda attività si concili ed arricchisca la prima, e per fare il punto sui bisogni dei giovani studenti di oggi.

Elisa Salemi ha un’esperienza ultradecennale come docente. Attualmente insegna Traduzione dallo Spagnolo all’Italiano all’Università UNINT di Torino.

Cinzia Sani è docente, dal 2017, di Traduzione e Traduzione Specializzata dal Russo all’ Italiano alla Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Perugia e l’Università per Stranieri di Perugia.

Matteo Tirelli è titolare nell’a.a. 2020/21 del Laboratorio di Computer-Assisted Translation all’Università di Verona, Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere. 

L’intervista

Quali sono per te gli aspetti più gratificanti/sfidanti dell’insegnamento universitario?

Elisa Salemi: «Per mia indole non riesco a vedere l’insegnamento come una sfida, preferisco indulgere negli aspetti gratificanti: tracciare i progressi degli studenti, vedere crescere le loro competenze, leggere un bagliore appassionato e avido di curiosità nel loro sguardo. L’insegnamento è un boomerang che ti rimanda indietro tutto quello che dai, docendo discitur».

Cinzia Sani: «L’aspetto più gratificante è avere un contatto con i giovani e poter trasmettere loro quanto ho imparato in anni di professione. Quello più sfidante è riuscire a impostare l’insegnamento in maniera dinamica, interessante e coinvolgente».

Matteo Tirelli: «Parto dalla sfida: la pianificazione didattica. Richiede tempo, pazienza e sapersi mettere nei panni degli studenti. La gratificazione, di contro, nasce dall’avere la possibilità di trasmettere e condividere con loro le mie competenze professionali per prepararli al mondo del lavoro».

Se è vero che insegnare è anche un po’ imparare, cosa hai imparato da questa esperienza (che magari puoi anche riportare nella tua professione di interprete e traduttore)?

E.S: «Insegnare è un’esperienza che arricchisce enormemente dal punto di vista umano. La responsabilità che ci assumiamo nei confronti degli studenti ci esorta a non smettere di interrogarci sulla nostra funzione sociale e ci sprona a mantenerci sempre aggiornati».

C.S: «Ho imparato a documentarmi molto di più e su tutto. Gli studenti fanno le domande più disparate, a volte anche assurde. Come docente devo saper rispondere e argomentare in maniera esauriente. Ho imparato anche molto slang giovanile, chissà se un giorno mi servirà per lavoro!».

M.T: «Nutro da anni interesse verso i CAT tool, e ora verso la Machine Translation. Insegnare mi ha fatto capire che possiedo un ampio bagaglio di conoscenze, ma allo stesso tempo mi spinge ad approfondirle ancora di più».

Domanda da un milione di dollari: secondo te, di cosa hanno bisogno i giovani studenti di oggi? Hai notato cambiamenti fra il tipo di insegnamento che hai ricevuto e quello che metti in atto ora che sei dall’altra parte della cattedra?

E.S: «Per molti versi, delle stesse cose di cui avevano bisogno gli studenti di ieri: di figure che siano un riferimento e una fonte di ispirazione, di comprendere che al di là del talento c’è l’esercizio continuo ed è indispensabile armarsi di pazienza e tenacia per rinfocare, giorno dopo giorno, la propria passione. In generale l’impostazione in passato era più prescrittiva e meno partecipativa. Da parte mia, incoraggio l’interazione, mi piace che si rifletta insieme sul perché determinate soluzioni traduttive funzionino più di altre, è un buon modo per acquisire consapevolezza del processo traduttivo».

C.S: «Penso che ai giovani oggi servano fiducia, discussione, condivisione, franchezza e molta molta pratica. Purtroppo molti atenei prevedono una formazione meramente teorica, non si insegna agli studenti come si lavora nella realtà. Quando ero studente, negli anni ’90, l’insegnamento era molto gerarchico, il rapporto con i docenti era quasi sempre di subordinazione e mancava l’aspetto della discussione. Oggi, invece, vedo un approccio più paritario, seppur nel rispetto dei diversi ruoli».

M.T: «Credo che abbiano bisogno di essere ascoltati e spinti ad approfondire con pensiero critico e scientifico. L’avvento di piattaforme e nuovi strumenti didattici ha decisamente cambiato le dinamiche dell’insegnamento. Ora tutto può essere personalizzato permettendo a ogni studente di rimanere al pari ed essere coinvolto/a, favorendo anche un’ottica di inclusione».

E infine, una domanda inevitabile: come è cambiato il tuo modo di insegnare a causa della pandemia? Quali sono per te i pro e i contro della didattica a distanza?

E.S: «Non condividere lo stesso luogo significa non poter guardare davvero negli occhi gli studenti, cogliere l’estro creativo di uno slancio o misurarsi con l’intoppo di un momento. Inoltre, tenere desta l’attenzione richiede a tutti uno sforzo maggiore. I pro? Eludere le insidie del traffico!».

C.S: «La DAD ha cambiato il contesto dell’insegnamento, ma non il mio modo di insegnare. Tra i pro metterei il non doversi spostare, con conseguente risparmio di tempo e denaro. Tra i contro metterei la mancanza di contatto fisico con altri colleghi docenti e con gli studenti e la maggiore difficoltà nel coinvolgere tutti nelle lezioni».

M.T: «Il corso che sto impartendo attualmente è erogato solo in modalità online. Credo che il pregio principale di questa modalità sia la possibilità, da parte degli studenti, di rivedere le lezioni in caso di sovrapposizioni. L’aspetto negativo è quello umano, personalmente mi manca molto l’interazione nell’“ambiente classe” e spero di ritornare presto a insegnare in presenza».

La tua opinione

Ringraziamo i tre soci TradInFo che ci hanno accompagnato questo mese! Ora, ci piacerebbe conoscere anche l’esperienza e le opinioni di tanti altri docenti di interpretazione e traduzione, soci e non-soci. Se volete rispondere a una delle domande che abbiamo proposto o volete porne di nuove per innescare uno scambio fra colleghi, lasciate un commento qui o sulla pagina Facebook di TradInFo. E se ritenete che questo articolo sia stato utile ricordate di condividerlo sui social network.

a cura di Laura Gervasi

2 Comments
  • Chiara Vecchi
    Posted at 11:45h, 21 Maggio Rispondi

    Che articolo interessante, grazie Laura per questo “dietro le quinte” dell’insegnamento! La mia esperienza di docenza è estremamente limitata perché ho solo insegnato a una collega come utilizzare un software di traduzione che conoscevo già, ma mi sono riconosciuta nelle parole di Cinzia: “Ho imparato a documentarmi molto di più e su tutto”: anch’io alla fine della mia piccola esperienza da insegnante conoscevo davvero bene quel software!

  • Arantxa Messina
    Posted at 10:13h, 24 Maggio Rispondi

    Grazie per questo articolo estremamente interessante.
    Anche io mi dedico all’insegnamento da tanti anni e mi ritrovo appieno nelle vostre parole.
    Come avete detto tutti voi, è innegabile che questo mestiere arricchisce enormemente dal punto di vista umano.
    Inoltre, mi fa capire che ho sempre da imparare anche io, ricevendo stimoli che vengono dagli stessi ragazzi e facendomi “provocare” da loro. Mi fanno sentire più fresca, mi risvegliano quando io sono giù di tono e mi fanno capire che c’è sempre da imparare, giorno dopo giorno! You live and learn. Grazie!

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