Vivere all’estero: sogno o realtà?

Vivere all'estero: sogno o realtà?

11 Nov Vivere all’estero: sogno o realtà?

a cura di Chiara Benzi

Questo mese ci occupiamo di come la nostra professione spesso ci porti a vivere all’estero e lo facciamo attraverso il racconto dell’esperienza di un collega che ha preso questa decisione.

Nel corso della vita capita a tutti, infatti, di accarezzare l’idea di trasferirsi in un altro Paese per i più svariati motivi. In molti casi questo pensiero resta solo un sogno, un ipotetico piano B, invece per alcuni l’idea iniziale si sviluppa fino a diventare un progetto di vita. Scegliere di vivere in un altro Paese significa compiere un passo molto importante a livello professionale e personale e il pensiero della complessità e delle insidie che questa impresa può nascondere finisce spesso col trasformarsi in un deterrente formidabile. Anche tra noi interpreti e traduttori ci sono colleghi che hanno compiuto questo passo ed è proprio a un collega che ci rivolgiamo per avere qualche consiglio su come deve muoversi chi sta pensando di trasferirsi all’estero.

L’intervista

Andrea Alvisi, classe 1987, dopo una laurea triennale in Comunicazione interlinguistica applicata all’allora SSLIMIT di Forlì e un soggiorno di 9 mesi all’Università di Warwick nell’ambito del progetto Erasmus, nel 2010 si è trasferito a Leeds dove ha frequentato il master in Conference Interpreting and Translation Studies (IT A, EN/RU C).
Da allora vive e lavora nel Regno Unito.

Quali progetti avevi in mente, una volta terminato il master? Avevi già deciso di rimanere nel Regno Unito?

«Non volevo tornare in Italia né continuare a  dipendere dai miei genitori, quindi già verso la fine del master ho iniziato a cercare un lavoro d’ufficio, perché diventare freelance subito avrebbe significato vivere sulle spalle della mia famiglia.
Per tre anni ho lavorato come impiegato in un’azienda manifatturiera della zona, prima come addetto al commercio italiano e occasionale interprete, poi come addetto alla logistica: un ruolo che mi è servito tantissimo a farmi le ossa, da un punto di vista linguistico e non. Nel frattempo ho continuato a fare il traduttore freelance e in rari casi mi sono stati offerti incarichi di interpretazione.
Nel 2014 sono diventato il traduttore in-house di italiano in una grande agenzia di servizi linguistici e, poco meno di un anno dopo, grazie all’Università di Leeds, ho avuto l’opportunità di iniziare a insegnare nello stesso master che avevo completato nel 2011. Sono rimasto in carica come coordinatore del corso e insegnante, prima con contratti temporanei rinnovati ogni 6 mesi, poi di ruolo con contratto fisso, per 4-5 anni. Mi sono licenziato a giugno di quest’anno per concentrami a tempo pieno sulla mia carriera freelance».

Quando hai pensato per la prima volta di trasferirti all’estero e per quale ragione?

«L’Italia mi è sempre stata un po’ stretta: in parte per via del conformismo e del provincialismo dilagante, in parte perché, una volta che inizi a viaggiare all’estero, ti rendi conto che esiste un universo fatto di stili di vita, cucine, tradizioni e culture molto diversi. Viaggiare mi è sempre piaciuto, così come esplorare altri Paesi e scoprire nuove culture, quindi trasferirsi all’estero è stato forse il prosieguo più naturale di questo desiderio di nuove mete. A questo, si aggiunge il fatto che durante l’Erasmus mi ero innamorato dell’Inghilterra e volevo tornarci. Per quello scelsi di fare il master a Leeds».

Una volta in Inghilterra, cosa ti ha convinto a restare?

«Mi ha colpito molto la libertà dai dettami della società e la mentalità davvero aperta degli inglesi. Essendo cresciuto in provincia, dove tutto era inquadrato e la mentalità continuava a essere molto chiusa, il Regno Unito sembrava l’esatto opposto. Per strada incontravi persone vestite in modo davvero bizzarro e nessuno se ne curava o li giudicava. Da studente Erasmus ho trovato l’aspetto sociale affascinante. Inoltre, vivere in una città medio-grande, a poca distanza da una metropoli come Birmingham o Londra, mi ha davvero aperto un mondo.
Nel mio caso, poi, ho conosciuto il mio attuale partner durante gli ultimi mesi del master, quindi la scelta di restare è stata dettata anche dal voler approfondire quella relazione che era soltanto agli inizi.
Tengo a precisare che vivendo qui in Inghilterra, con il passare del tempo, certi aspetti si vedono sotto un’altra ottica: i problemi relativi al binge drinking, per esempio, per non parlare dei recenti risvolti politici che hanno fatto affiorare la natura “chiusa” di molti britannici, ben diversi dalla versione idealizzata che avevo di loro all’inizio. Aggiungiamo poi le classiche cose che, da bravo italiano, non smettono mai di darti fastidio: niente bidet, moquette ovunque – anche in bagno -, igiene spesso carente, case costruite in cartapesta, ecc.».

Sulla base della tua esperienza, quali consigli daresti a chi sta pensando di trasferirsi all’estero per ragioni di lavoro? Quali domande dovrebbe farsi?

«Iniziare a lavorare non è mai semplice, soprattutto sul mercato privato e nel nostro settore; ogni Paese ha modalità e approcci diversi per stilare un curriculum, presentarsi a un colloquio di lavoro, scrivere una lettera di presentazione, ecc. Sono tutti aspetti da approfondire prima di buttarsi a capofitto nella ricerca di un lavoro, onde evitare di sprecare tempo ed energie.
Il mio consiglio spassionato per chiunque abbia intenzione di trasferirsi è di documentarsi BENE prima di prendere qualsiasi decisione. L’amore per un Paese e una cultura sono importanti ma non possono essere l’unica ratio che ci spinge a fare i bagagli. A maggior ragione quando siamo ancora agli inizi e ci sentiamo disorientati dalle mille idee che ci frullano in testa, fermarsi un momento e affrontare in modo analitico la questione non può che farci bene.
Alcune domande da porsi sono, ad esempio qual è il regime fiscale vigente nel Paese in questione? Che tasse si applicano ai lavoratori indipendenti e qual è lo stipendio medio a cui aspirare con il titolo di studio che si possiede?
Queste sono tutte questioni importanti per poter scartare a priori offerte allettanti che però non sono ben retribuite, o evitare di ritrovarsi con un contratto in mano ma pagato pochissimo in una città di grandi dimensioni dove solo l’affitto ti brucia il 99% dello stipendio.

Lo stesso vale se si vuole fare il freelance: quante e quali tasse dovrò pagare sui miei guadagni, ossia quanto mi rimane in tasca? Devo aprire la partita IVA? Posso lavorare per clienti esteri, ad esempio italiani senza pagare tasse aggiuntive?
Purtroppo, per mancanza di tempo, i master o i corsi al giorno d’oggi non trattano questi temi, o comunque non in modo approfondito. So però che all’università di Leeds hanno aggiunto una lezione specifica dove si spiega agli aspiranti traduttori, interpreti e sottotitolatori come approcciare il mercato del lavoro.

Aspetto collegato a quello precedente: quanto costa vivere nel Paese e, soprattutto, nella città che ci interessa? E per quanto riguarda l’assistenza sanitaria? Per intenderci, quant’è l’affitto medio per un appartamento o una casa in centro e in periferia? Sono tutte informazioni che è semplice reperire online e che servono per farsi un’idea anche delle differenze rispetto all’Italia. Quanto costa fare la spesa? Quanto costa andare al cinema o uscire la sera? Per come la vedo io, non ha senso buttarsi allo sbaraglio e sperare di farcela, meglio essere organizzati e avere un piano B. Come funziona per il medico di base? Occorre iscriversi? Come si fa?

La mia combinazione linguistica serve?
Questa forse è una domanda più difficile da farsi perché richiede onestà con se stessi e non è detto che abbia una risposta univoca. Per quanto ci attiri trasferirci in quel Paese/città, la nostra combinazione linguistica potrebbe già essere inflazionata e quindi iniziare a lavorare come interpreti o traduttori potrebbe rivelarsi molto più difficile, se non addirittura impossibile sul lungo termine. Un paio di colleghi, tra cui una mia ex studentessa, che hanno fatto un po’ di ricerche prima di trasferirsi dal Regno Unito ed entrambi hanno trovato due mercati di nicchia in Europa dove le rispettive combinazioni linguistiche erano utili e richieste.

Come funziona il mercato?
Documentarsi sul mercato che ci interessa è fondamentale per capirne le dinamiche interne, in modo da sapere se sono compatibili con la nostra esperienza, il nostro profilo linguistico e i nostri interessi. In questo modo si evita il rischio di trasferirsi nel Paese X perché ci ispira tantissimo, salvo poi scoprire quando si è già in zona che in realtà non c’è affatto bisogno di interpreti perché tutti parlano un ottimo inglese, ad esempio.
Per informarsi, è opportuno rivolgersi ai colleghi e alle colleghe della propria cabina o con la stessa combinazione linguistica, ma anche agli altri. Purtroppo da parte di alcuni colleghi c’è tuttora una certa reticenza a parlare, forse anche per il timore di crearsi concorrenza. Chiedere informazioni a chi lavora in altre cabine o con altre lingue ci consente di avere una panoramica più ampia e dettagliata del mercato, oltre a creare contatti utili da un punto di vista professionale.

Quali sono le lingue fondamentali o più richieste per gli interpreti? Per esempio, qui in Inghilterra il doppio retour in pratica non esiste poiché l’inglese è già la lingua veicolare per antonomasia. Molti di noi, quindi, hanno magari più lingue C ma solo l’inglese in retour.

Sempre per gli interpreti: quali sono le piazze più richieste? La Francia non è solo Parigi, così come la Germania non finisce una volta usciti da Berlino. Documentarsi circa quali siano le piazze più quotate per il nostro mercato è utile per scoprire dove sia più opportuno trasferirsi.

Come funziona la burocrazia?
Scontato, forse, ma meglio ribadirlo. La cittadinanza di uno Stato membro dell’UE non sempre è sufficiente per trasferirsi in pianta stabile in un altro Paese membro. Inoltre, complice anche una situazione politica sempre più volubile, le carte in tavola stanno cambiando anche per Paesi che in passato erano molto più lassisti in termini di accoglienza degli stranieri, basta guardare al giro di vite che i governi dei Conservatori hanno imposto nel Regno Unito».

In conclusione

Questa intervista ci ha sicuramente fornito molti spunti di riflessione, ora però ci interessa conoscere anche la tua esperienza: vivi all’estero o hai mai pensato davvero di trasferirti in un altro Paese?

Se sì, raccontaci come è andata! Commentate e diteci la vostra qui o sui profili social di TradInFo su Facebook e Twitter.

1 Comment
  • Laura Gervasi
    Posted at 16:18h, 02 Dicembre Rispondi

    Io ho passato gli ultimi mesi di università pensando di trasferirmi in Spagna – paese che adoro – alla fine degli studi… e invece meno di un mese dopo la laurea, quando non avevo ancora nemmeno fatto in tempo a liberare la mia stanza a Forlì e preparare tutto per il mio trasferimento, ricevo una chiamata di un ex- insegnante che mi offre la prima giornata di simultanea! Per farla breve: ho iniziato a lavorare come interprete in Italia e dopo qualche mese, nei quali le cose andavano bene e sentivo che stavo riuscendo a inserirmi in questo mondo non facile, mi sono detta: meglio rimanere qui e fare il lavoro che ho sempre sognato di fare o trasferirmi in un posto dove mi piacerebbe moltissimo vivere, ma nel quale non ho nessuna garanzia di riuscire a fare altrettanto? Ha vinto la prima! Vivo tuttora in Italia ed esercito la nostra professione da 10 anni! In Spagna vado ogni volta che posso e con la lingua e la cultura sono costantemente in contatto, ma oggi posso dire che sono contenta della scelta che ho fatto (contro ogni aspettativa – tutti mi dicevano che non sarei rimasta in Italia fin dai tempi del liceo quando ho iniziato a “scalpitare”, e ancora più dopo i 6 mesi in Australia, 2 anni fra Venezuela e Spagna, etc. etc, fatti mentre studiavo).

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